L’attività fisica viene abitualmente associata alla prevenzione delle malattie cardiovascolari, dell’obesità, del diabete e di numerose patologie croniche. Ma il movimento potrebbe avere un ruolo importante anche nella salute mentale. Un ampio studio prospettico norvegese pubblicato nel 2026 su PLOS One ( Public Library of Science ) ha analizzato il rapporto tra esercizio fisico e successivo rischio di sviluppare alcuni dei più comuni disturbi mentali in giovani adulti. Il dato centrale è interessante: negli studenti universitari studiati, una maggiore frequenza e un maggiore volume di attività fisica erano associati a una minore probabilità di depressione maggiore e disturbo d’ansia generalizzato. [thoughtful] Questo non significa, però, che lo studio abbia dimostrato che l’esercizio fisico prevenga direttamente questi disturbi. La distinzione tra associazione e causalità è fondamentale per interpretare correttamente i risultati.


I ricercatori hanno utilizzato i dati dello Students’ Health and Wellbeing Study 2022, un’indagine nazionale sulla salute e sul benessere degli studenti universitari norvegesi. La popolazione iniziale comprendeva 53.362 studenti, di età compresa tra 18 e 35 anni. [All’inizio dello studio sono state valutate diverse caratteristiche dell’attività fisica svolta dai partecipanti.
* frequenza dell’esercizio; * intensità; * durata delle singole sessioni; * numero complessivo di ore di esercizio alla settimana. Un anno più tardi, 10.460 partecipanti sono stati sottoposti alla valutazione dei cosiddetti CMD – Common Mental Disorders, cioè disturbi mentali comuni. Nello studio sono stati considerati principalmente l’episodio depressivo maggiore e il disturbo d’ansia generalizzato. Ma Come è stata valutata la salute mentale?
Al follow-up gli autori hanno utilizzato la CIDI 5.0 – Composite International Diagnostic Interview, versione 5.0, uno strumento diagnostico strutturato autosomministrato. Questo elemento è rilevante perché l’analisi non si è limitata semplicemente a chiedere agli studenti se si sentissero depressi o ansiosi, ma ha utilizzato uno strumento strutturato per identificare i disturbi considerati nello studio. I ricercatori hanno inoltre costruito modelli statistici progressivamente aggiustati per diversi potenziali fattori confondenti, tra cui età, background migratorio, livello di istruzione dei genitori, responsabilità genitoriali dello studente, situazione relazionale e abitativa.Un ulteriore modello ha considerato anche il distress psicologico presente all’inizio dello studio, valutato mediante la Hopkins Symptom Checklist a 25 item.
È una correzione particolarmente importante: una persona che presenta già un maggiore disagio psicologico potrebbe infatti essere meno propensa a praticare attività fisica. In assenza di questa considerazione si rischierebbe di attribuire all’inattività fisica un’associazione che potrebbe essere almeno in parte spiegata dalla condizione psicologica precedente. Chi faceva raramente esercizio presentava un rischio maggiore Uno dei risultati più significativi riguarda la frequenza dell’attività fisica. [surprised] Rispetto agli studenti che riferivano di praticare esercizio quotidianamente, coloro che facevano attività fisica raramente o mai presentavano un rischio successivo più elevato di disturbi mentali comuni.
Nelle donne l’aRR – adjusted Risk Ratio, cioè rapporto dei rischi aggiustato, era pari a 1,15, con IC al 95% – intervallo di confidenza al 95% – compreso tra 1,04 e 1,28. Negli uomini l’aRR era invece 1,33, con IC al 95% compreso tra 1,06 e 1,65. Tradotto in termini più intuitivi, rispetto al gruppo che dichiarava di fare esercizio quotidianamente, l’esercizio raro o assente era associato a un rischio relativo superiore di circa il 15% nelle donne e del 33% negli uomini. È importante sottolineare che stiamo parlando di un aumento relativo del rischio, non di un aumento di 15 o 33 punti percentuali del rischio assoluto.


Un’altra analisi ha preso in considerazione il raggiungimento delle raccomandazioni di attività fisica. Come riferimento è stata utilizzata una soglia di almeno 150 minuti alla settimana di attività fisica da moderata a vigorosa, indicata con la sigla MVPA – Moderate-to-Vigorous Physical Activity. Gli studenti che rimanevano al di sotto di questa soglia presentavano un rischio maggiore di sviluppare i disturbi mentali considerati.
Nelle donne l’aRR era 1,10, con IC al 95% compreso tra 1,03 e 1,17. Negli uomini era 1,17, con IC al 95% compreso tra 1,01 e 1,34.In termini relativi, quindi, rimanere al di sotto della soglia considerata era associato a un rischio superiore di circa il 10% nelle donne e del 17% negli uomini. Anche in questo caso, però, il dato deve essere interpretato come un’associazione epidemiologica, non come la dimostrazione che raggiungere esattamente 150 minuti determini automaticamente una determinata riduzione del rischio individuale.
Ma allora bisogna allenarsi intensamente? Un aspetto particolarmente interessante dello studio riguarda proprio questo punto. I risultati non autorizzano una conclusione semplicistica del tipo: più intensamente ci alleniamo, maggiore sarà la protezione della nostra salute mentale.
Le associazioni più consistenti riguardavano soprattutto la frequenza dell’esercizio e il raggiungimento di un adeguato volume settimanale di attività fisica. Intensità e durata delle singole sessioni mostravano invece associazioni meno uniformi e in parte differenti tra uomini e donne. Il messaggio che emerge è quindi più pragmatico: potrebbe essere particolarmente importante riuscire a integrare nella propria vita un’attività fisica regolare, sostenibile e mantenuta nel tempo, piuttosto che concentrare l’attenzione esclusivamente su allenamenti molto intensi.


Gli autori hanno analizzato anche la relazione tra il volume complessivo di esercizio settimanale e il rischio di disturbi mentali comuni. Nelle donne è stata osservata una relazione inversa curvilinea: aumentando le ore settimanali di attività fisica, il rischio stimato diminuiva, per poi mostrare un plateau approssimativamente intorno alle 5–6 ore settimanali. Negli uomini il rischio stimato continuava invece a diminuire all’aumentare del volume settimanale di esercizio nell’intervallo analizzato, senza evidenza statisticamente significativa di non linearità. Questo dato non deve essere trasformato in una prescrizione secondo cui una donna dovrebbe necessariamente allenarsi cinque o sei ore alla settimana. Si tratta della forma della relazione statistica osservata nella popolazione studiata, non dell’identificazione di una “dose terapeutica” individuale.
Tuttavia associazione non significa causalità È probabilmente il punto più importante dell’intero lavoro. Lo studio è osservazionale e prospettico. La natura prospettica rappresenta un vantaggio rispetto a una semplice fotografia trasversale della popolazione, perché l’attività fisica viene valutata prima e gli esiti di salute mentale vengono analizzati successivamente.
Tuttavia, questo disegno non consente di dimostrare un rapporto causa-effetto. Possiamo quindi affermare che una maggiore attività fisica è risultata associata a un minore rischio successivo dei disturbi considerati. Non possiamo affermare, sulla base di questo studio, che sia necessariamente l’esercizio fisico ad aver causato direttamente la riduzione del rischio. Esistono infatti diverse limitazioni.
L’attività fisica è stata auto-riferita, con la possibilità di errori di memoria e di sovra- o sottostima. Il tasso di risposta iniziale era del 35,1%, introducendo la possibilità di un bias di selezione. Inoltre, soltanto una parte della coorte iniziale ha completato la successiva valutazione diagnostica. Rimane poi il problema della causalità inversa: un soggetto che presenta già sintomi psicologici, anche senza una diagnosi formale, potrebbe avere una minore motivazione o possibilità di svolgere attività fisica.
Infine, nonostante gli aggiustamenti statistici, non è possibile eliminare completamente il cosiddetto confondimento residuo, cioè l’influenza di variabili non misurate o non adeguatamente controllate.Cosa possiamo portarci a casa da questo studio? Lo studio non dimostra che l’attività fisica possa sostituire il trattamento psicologico o farmacologico della depressione maggiore o dei disturbi d’ansia. Suggerisce però qualcosa di clinicamente e preventivamente interessante.
In questa ampia popolazione di studenti e giovani adulti, praticare attività fisica con maggiore frequenza e raggiungere maggiori volumi settimanali di esercizio era associato a una minore probabilità di sviluppare successivamente depressione maggiore o disturbo d’ansia generalizzato. E il dato probabilmente più utile nella vita quotidiana è che non sembra necessario trasformarsi in atleti o inseguire allenamenti estremi. La regolarità, la continuità nel tempo e il raggiungimento di livelli di attività fisica realisticamente sostenibili sembrano essere gli elementi più interessanti emersi dallo studio. [pause] In altre parole, quando parliamo di salute, muoversi regolarmente non significa soltanto prendersi cura del sistema cardiovascolare, del metabolismo e dell’apparato muscolo-scheletrico.


Le evidenze epidemiologiche continuano a suggerire che uno stile di vita fisicamente attivo possa rappresentare anche una componente importante di una strategia più ampia di promozione della salute mentale. Grazie per avermi seguito fino alla fine di questo approfondimento. Se l’argomento vi è sembrato interessante e volete continuare a conoscere e approfondire insieme a me le nuove evidenze che arrivano dalla ricerca scientifica, vi invito a iscrivervi al canale.

Ci vediamo al prossimo approfondimento.

l attività fisica protegge la mente?
L’attività fisica può svolgere un ruolo importante anche nella salute mentale. Un ampio studio prospettico condotto su studenti universitari norvegesi ha analizzato la relazione tra frequenza, intensità e durata dell’esercizio e il successivo rischio di depressione maggiore e disturbo d’ansia generalizzato. I risultati mostrano un’associazione tra maggiore attività fisica e minore rischio di disturbi mentali comuni, pur senza dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto.

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